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giovedì 5 febbraio 2009

I ragazzi dell'Onda nascosta

di Marco Rossi Doria
L'Unità - 5.2.2009 - pag. 13



Nel mezzo dell'autunno italiano, mentre un'onda di ragazzi riempiva le strade a difesa di istruzione e formazione pubblica, altre migliaia di ragazzi continuavano a lavorare nei bar e nelle officine; servivano a tavola, fabbricavano pantaloni, camicie e borse in piccole manifatture nascoste nei vicoli o in periferia. Per sei o settecento euro al mese. O decidevano di prendere il treno come avevano fatto i loro nonni per entrare in una fabbrica lontana, tornando ogni sera in un appartamento diviso con gli amici del quartiere con cui si erano dati reciproco coraggio per partire. Diciassette, diciannove, ventuno anni. Pochi parlano di questa onda silenziosa, fatta da ragazzi e ragazze di un'altra Italia.

Nel mezzo dello stesso autunno, una sera veniva fatto fuoco su quattro ragazzini davanti a una sala giochi, a cinque chilometri dal centro della terza città italiana, probabilmente da parte di altri ragazzi, legati alla malavita organizzata. E qualcuno per un giorno si è chiesto come mai. Ma né i giornali né le tv si sono interrogati più di tanto sulle persone dell'età dei ragazzi dell'onda o più piccoli che sono parte di tribù adolescenziali e giovanili senza rete e fuori controllo e troppe volte già in balia dei miti e dei comportamenti ispirati al crimine organizzato. Fatti di modelli e riti che tanto più attraggono quanto più forniscono una sponda identitaria, un'appartenenza.

C'è un mare fatto da centinaia di migliaia di ragazzi italiani che hanno lasciato presto la scuola o l'hanno fatta male o comunque sono andati presto a lavorare. Spesso in regime di precarietà, di bassi salari, con mansioni a basso contenuto di sapere e di apprendimento e con quasi nessuna prospettiva di futura formazione. Al Nord come al Sud, questi nostri giovani concittadini producono ricchezza. Senza avere in cambio alcuna reale prospettiva di «sviluppo umano» che ogni paese civile dovrebbe dare ai suoi figli nati meno fortunati. Ve ne sono, inoltre, alcune migliaia che ogni giorno vivono nella immediata vicinanza di mercati illeciti o criminali, in prossimità di armi da fuoco e di alcool. E di sostanze che generano comportamenti incontrollabili e danni duraturi, ottenibili a costi irrisori.

Di chi sono figli questi nostri giovani concittadini con poca scuola? Sono quasi tutti figli di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. E non sono pochi. Secondo l'Istat i minori poveri in Italia sono 1 milione e 809 mila, il 17% del totale; ma di questi, 1 milione e 245 mila risiede nel Mezzogiorno. E' il 70 percento del totale dei bambini e ragazzi poveri italiani, uno su tre dei minori meridionali, concentrati nelle grandi aree urbane.

La nostra scuola o non li conquista o comunque non riesce a favorire la loro emancipazione dall'esclusione precoce. Proprio no. E' fatta per gli altri. Nonostante i molti sforzi di tanti di noi. E la scuola pubblica, per essere tale, non può essere più difesa così com'è. Deve cambiare. Sono i fatti ad esigerlo. Il «Social situation report 2007» della Unione Europea ce lo conferma: la nostra scuola rimane di classe. Più che altrove. I figli di chi ha fatto l'università e ha un lavoro sicuro hanno sempre più possibilità di completare bene l'intero corso degli studi. Tale possibilità va moltiplicata per 2,1 per la Germania, per 2,4 per il Regno Unito, per 2,8 per l'Olanda, per 3,3 per Spagna e Francia, per 3,6 per la media dei 25 paesi dell'Unione Europea. Ma in Italia la possibilità del figlio di chi ha studiato e ha un buon lavoro di finire bene scuola e università è di ben 7,7 volte quella del figlio di chi ha in tasca la terza media! E l'istruzione ancora serve a vivere meglio. E' il primo fattore a determinare buon lavoro e guadagno. E' il primo antidoto alle dipendenze, alle malattie mal curate, alla violenza recata e subita, alle povertà.

L’Italia subito dopo la vittoria della Repubblica, mostrò di esistere anche perché la sua parte migliore, di ogni colore politico, del Nord e del Sud, riconobbe nel libro di Carlo Levi - «Cristo si è fermato ad Eboli» - che vi era una parte d'Italia chiusa nella miseria, esclusa dalle possibilità, che doveva ricevere risposte. Oggi le risposte le si devono ai bambini e ai ragazzi figli di poveri. E del Mezzogiorno in particolare. Ci vuole una grande politica. Che metta insieme le esperienze migliori di scuola, volontariato, banche, imprese. Che ripristini, certo, la forza della legge. Che deve tornare a difendere i diritti e a presidiare i limiti e a essere visibile ai ragazzi di tanti quartieri pieni di rischi. Ma che offra anche scuola innovata, vera formazione. E lavoro dove si produce, si guadagna e si impara anche.

Dov'è questa politica?

venerdì 16 gennaio 2009

Immaginiamo di essere nei panni di una Preside...


Allora,
per il prossimo anno, sulla base delle serie storiche, prevedo di avere 16 classi a tempo antimeridiano, come nell’anno in corso.
Per queste 16 classi a 30 ore nell’anno in corso ho 24 docenti.
Il prossimo anno bisogna eliminare da tutte le parti le compresenze, le tre classi prime potranno funzionare solo a 27 ore (tot. 81 ore) e le altre 13 classi a 30 ore (390 ore).
Perciò in tutto devo coprire 471 ore.
Quasi sicuramente i docenti dovranno impiegare tutte le loro 24 ore di servizio in classe, infatti se non esiste più il modulo non esiste neanche più la necessità di coordinarsi nelle ore di programmazione come previsto dal contratto (che per altro, in ogni caso ai sensi dell’art 6 comma 3 non potrebbe disapplicare o prevedere deroghe a questo Regolamento).
Facciamo comunque il caso che i docenti debbano svolgere in classe solo 22 ore: devo dividere le 471ore di tutte le classi per le 22 ore di lavoro di un singolo docente.
Fatto: avrò 21 docenti + 9 ore.
Dunque sul modulo perdo quasi 3 docenti.
Calma, non devo farmi prendere dal panico, certo dovrò fare la graduatoria di Circolo, dovrò verificare i perdenti posto, ma per fortuna (?!?) ho tre precari storici che da anni suppliscono sempre le solite tre maestre.
Però l’anno prossimo Veronica, Fabrizia e Patrizia rimangono disoccupate.
O.K. Sono perse, non è colpa mia, non posso farci niente, anzi devo essere contenta che (almeno sul modulo) non perdano posto insegnanti titolari, ma mi servono comunque almeno 3 insegnanti + 15 ore da mettere nelle tre future prime.
Ma come si fa ? le compresenze sono divise tutte in pacchetti di 3 ore che avanzano alle singole classi mica posso fare una classe prima con 9 docenti diversi ?!?
Comincio a intuire che per fare le classi prime con il docente prevalente, dovrò quasi certamente fare il maestro prevalente anche in alcune classi che attualmente funzionano con tre docenti.
Significa che alcuni bambini di terza o di quinta ecc. perderanno una delle loro insegnanti.
Significa che dovrò frantumare l’orario di alcune docenti generiche su 5 o 6 classi.
Basta, non c’è altro da fare che cominciare a simulare gli organici dell’anno prossimo.
Ci metterò tutta la nottata solo per le 16 classi a modulo.
Carta e matita, classe per classe, provo a vedere chi resta e chi parte.
Comincio a sfogliare modulo dopo modulo, partendo dalle quinte.
Ogni modulo un soprassalto, ogni trio spezzato un colpo al cuore.
Come glielo dico a questi genitori che non avranno più la maestra Grazia?
Come glielo dico a Grazia che dall’anno prossimo deve svolgere il suo orario in 5 classi diverse?
Come potrò loro spiegare perché viene penalizzata quella classe piuttosto che un’altra e quel docente invece degli altri due?
L’unico criterio che ho adoperato nella mia simulazione è quello della continuità: più anni passati con gli stessi bimbi più crediti per rimanere irremovibili fino in quinta.
Naturalmente non mi sogno nemmeno di rimetterle a fare le tuttologhe in seconda terza ecc.
Le maestre che restano, rimangono su due classi, ci mancherebbe che invece di sottrarne uno di docenti ai bambini ne sottraessi due.
Invece per le prossime classi prime deciderà il Collegio se i docenti dovranno svolgere 11 ore in ogni classe, dividendosi fra loro le discipline come ora, o se ritornare a fare i fac totum come 20 anni fa.
Non so cosa convenga loro perché il risparmio sulla pianificazione e sull’insegnamento della metà delle discipline comporta comunque un raddoppio degli alunni da curare e valutare, soprattutto per il terzo docente che dovrà comunque dividersi su 4 classi se svolgerà pacchetti di circa sei ore, o su 6 classi se svolgerà pacchetti di circa quattro ore.
C’è anche il rischio che Matilde, che aveva testardamente insistito per continuare ad insegnare religione nella sua classe, che ha sempre fatto l’aggiornamento obbligatorio di religione e quindi è riconosciuta idonea dalla Curia, si trovi ad insegnare solo religione in 10 classi diverse.
In questo momento è la disciplina che mi manca di più laddove invece perdono posto eccellenti insegnanti di matematica e italiano. Sempre che naturalmente si voglia badare veramente al risparmio.
E’ l’alba oramai quando finisco l’organico dei moduli.
Fatto: il Ministro sarà soddisfatto di me, la cura dimagrante ha sortito il suo effetto, il paziente sovrappeso ha perso 4 chili, senza inutili negoziazioni, senza diete rigide e faticose.

E’ bastato tagliargli una gamba ed è tornato nel peso richiesto.

Rane bollite

Di Michele Corsi

Gente forse saggia, forse crudele, racconta questa storia. Se una rana viene gettata su una pentola d'acqua bollente reagisce prontamente balzando fuori con un gran salto al solo contatto delle sue zampe col calore. Ma: se mettiamo una rana in acqua tiepida e poi scaldiamo la pentola gradatamente, l'animale non si accorgerà del variare della temperatura e, senza reagire, finirà bollito. Ascoltando questa storia, e quel che accade nella scuola, e il clamore del mondo, mi sono domandato: siamo già rane bollite?


Il che equivale a chiedersi: il Male che impera e pervade sempre più le nostre vite ci ha abituato talmente alla sua presenza e invadenza da annichilire le nostre capacità di indignazione? Ci hanno già ucciso e non ce ne siamo accorti? Me lo domando pensando a fatti piccoli e grandi.

A Milano il sindaco Moratti nel giorno più gelato degli ultimi vent'anni ha deciso che tutti sarebbero dovuti andare a scuola, senza aver approntato minimamente i mezzi perché i piccoli cittadini potessero riuscire nella gloriosa impresa. L'ha fatto con la stessa logica dei grembiulini della Gelmini: serve a dimostrare che la destra è cosa seria e non quel baraccone grottesco e tragicomico che conosciamo sin dal Ventennnio. Non si salta la scuola, che diamine! A lavorare, fannulloni! Ai pochi bambini e ragazzi che hanno dato retta alla Moratti, dopo aver rischiato di finire azzoppati sulle lastre di ghiaccio, non è stato consegnato il pranzo o sono state servite scatolette di tonno semicongelato alle quattro del pomeriggio. Il giorno dopo il sindaco invece di dichiarare: scusate, sono una pirla, ha affermato che più dell'80% degli studenti erano in classe. Dunque è pure bugiarda. Mi sono stupito? No. La Moratti è della stessa razza di quelli che in altri tempi chiudevano infastiditi le finestre delle loro dimore principesche quando fuori rimbalzavano le grida di quelli che caricavano sui treni, figuriamoci cosa gliene frega dei bimbi e della neve. Mi sono domandato invece: perché Palazzo Marino non è stato assediato da migliaia di genitori inferociti? La maggioranza dei genitori dopotutto l'ha votata come sindaco. E forse tornerà a farlo. E così mi viene il dubbio: siamo già rane bollite?

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lunedì 15 dicembre 2008

a più miti consigli ...

La mobilitazione delle scuole di questi mesi, il forte impegno dei sindacati, le prese di posizione delle conferenza stato-regioni hanno indotto il governo a più miti consigli.
Posso dire che nel testo dell’accordo proposto dal governo si riconosce una mano abile, d’altri tempi, lontana dal decisionismo brutale cui abbiamo assistito in questi mesi? “Sopire, quietare”… Anche se già oggi i toni gelminiani cambiano. Ma vediamo nel merito. Nel testo dell’accordo stilato ieri a Palazzo Chigi il governo prende tempo sulla secondaria. Slitta di un anno l’avvio della cosiddetta riforma e si accetta su questi temi il confronto. Ma solo sull’applicazione dei regolamenti, come si legge in una nota del ministero. Sarà nei prossimi mesi un terreno di impegno fortissimo per il movimento, per i sindacati, per l’associazionismo professionale, per tante scuole che sui temi della riforma della secondaria hanno, e già da tempo, elaborazione e proposte. I no in realtà, in questi mesi, li ha detti solo il governo quando ha pensato, legiferando di conseguenza, che si potesse cambiare un pezzo così importante del sistema d’istruzione (il quinquennio della secondaria superiore) solo riducendo gli orari e aumentando gli alunni per classe. E buttando nel cestino sperimentazioni, lavoro e riflessione delle scuole secondo la logica del “punto e a capo” di morattiana memoria. Senza la volontà di conoscere e di ascoltare.
E comunque restano i tagli per il personale e per il personale Ata, previsti dalla legge 133.

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martedì 9 dicembre 2008

Dalla parte di voi ragazzi

di Tania Pascucci

Lunedì primo dicembre, ore 8.00. Arrivo, come di consueto, all’ingresso della succursale del Liceo Scientifico “F. Enriques” di Livorno, Via Calafati; il vento, lì sul mare, imperversa, e quando scendo dalla macchina per raggiungere i cancelli della scuola ho i brividi. Gli studenti si stanno organizzando per la loro manifestazione, non sono molti, per la verità, dentro di me penso che è probabile che il loro corteo si riveli un “flop” e mi scappa detto: “ma dove andate con questo tempo?”, non attendendo una loro risposta. Ma dentro di me il dialogo con loro continua e gli dico: “ma dove volete stare meglio oggi, con questa bufera, se non in una scuola calda e accogliente (si fa per dire)? Lasciate per un po’ la piazza e venite a istruirvi, perbacco! Rischiate di ammalarvi e basta.”
Entro nell’edificio e scopro che il secondo piano è completamente allagato; la mia classe è vuota, eppure ai cancelli ho intravisto solo tre mie studentesse intenzionate a manifestare. Mah! L’egocentrismo tipico dei docenti che, come me, credono di svolgere un’utilissima funzione per la società, mi assale e comincio a valutare quest’assenza collettiva come una sorta di attacco personale, un affronto al mio lavoro (“che palle, mamma” direbbe mia figlia di dodici anni). In realtà valuto anche la possibilità di una riuscita della loro mobilitazione, poi in fondo sono anni che non li vedevo così convinti e impegnati, direi dai tempi del social forum a Firenze.

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lunedì 8 dicembre 2008

Tremonti dà i numeri; la scuola, giudizi

Correva l’anno 1993 quando le molte sperimentazioni (già in corso dalla fine degli Anni Settanta, a partire dalla Legge 517/77, per sostituire la “pagella con voti” con uno strumento capace non solo e non tanto di “quantificare” i risultati finali quanto di descrivere processi e risultati nella loro evoluzione) trovarono una ufficializzazione e codificazione nella cosiddetta “scheda di valutazione” impiegata dal 1993-94 in tutte le scuole elementari e medie.

La scheda adottata da quell’anno era costituita di quattro parti o Quadri: Q1 per la definizione della situazione di partenza; Q2 per la descrizione di percorsi individualizzati; Q3 per la valutazione degli apprendimenti nelle varie discipline o ambiti disciplinari; Q4 per il giudizio cosiddetto “globale”.

Al suo apparire la scheda suscitò inizialmente dubbi e perplessità: era indubbiamente abbastanza complessa, certamente più “lunga” da compilare rispetto alla tradizionale pagella, talvolta risultava di difficile comprensione per studenti e genitori (e infatti non doveva essere considerata un documento da “mandare a casa e far firmare”, ma uno strumento da illustrare con chiarezza e trasparenza tanto agli allievi quanto ai genitori). Con tutti i suoi limiti, l’adozione della scheda di valutazione, negli anni, ha comunque avuto una serie di ricadute positive sulle diverse componenti della scuola.

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sabato 6 dicembre 2008

Il web per il movimento come i tazebao per il maggio francese

Come si fa a disgiungere l'Onda, e più in generale i movimenti sociali degli anni 2000, dall'uso del web? Sarebbe come pensare al maggio francese senza i manifesti serigrafati o le scritte sui muri. Da Indymedia ai blog degli studenti in mobilitazione, siamo ormai abituati a leggere e produrre notizie e punti di vista, e a discutere con gli altri su Internet. Nel corso degli ultimi anni articoli, libri, ricerche sul ruolo della rete nei nuovi movimenti si sono sprecati. Ma sono i media a determinare i movimenti? Che ruolo hanno quindi i blog, Facebook, YouTube e gli altri media collaborativi, cioè quelli che chiunque può produrre gratuitamente dal computer di casa? Lo abbiamo chiesto ad Adam Arvidsson, un sociologo che da Copenhagen è arrivato da poco alla Statale di Milano. Arvidsson si occupa di media digitali e comunicazione ma anche del ruolo dei brand nella cultura dei consumi.

La protesta corre sulla rete?
I media che troviamo sul web non sono altro che i media che sono entrati nella pratica quotidiana della nostra generazione, quindi usare Facebook non è diverso che usare il telefono: il tempo del feticismo della rete è passato. Non penso che l'uso di Internet cambi le dinamiche della protesta. Ovviamente è utile per mobilitare e diffondere informazioni in modo più efficiente del classico volantinaggio, ma non causa cambiamenti radicali.

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Costituzione dimenticata

di Miriama Maffai

Giulio Tremonti era noto fino ad oggi come il più rigoroso, persino spietato ministro dell'Economia, tanto da essere soprannominato "signor no". Qualcuno, non solo dell'opposizione ma anche della maggioranza, gli chiedeva di allargare i cordoni della borsa a vantaggio dei pensionati, o dei licenziati, o dei precari? No, non si possono purtroppo sforare le cifre del bilancio, rispondeva il nostro ministro. La riposta fino a ieri era sempre la stessa: no. "Tagliare, tagliare le spese" era il suo mantra. Crolla il soffitto di una scuola a Rivoli e si scopre che molte altre scuole sono a rischio?
Occorrono fondi per mettere le nostre scuole a norma? No, la risposta è sempre no. Il bilancio dello Stato non lo consente.
[...] Naturalmente nessuno contesta il diritto "inalienabile" delle famiglie di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose. E non ci risulta che nella nostra scuola pubblica si faccia professione di ateismo. E l'insegnamento della religione non è affidato a docenti scelti dai rispettivi Vescovi? Cosa si vuole dunque di più?
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venerdì 5 dicembre 2008

Cavallo di Troia

La nostra Ministra, insieme a quelli che lei rappresenta, fa fatica a digerire il fatto che "l'onda" che la contesta è un movimento partito da basso, politico perché di politica si parla, ma assolutamente non partitico. E' chiaro dall'ossessività con cui viene pronunciata la parola "sinistra" in ogni minimo intervento venga fatto sul tema scuola, incuranti del fatto che la scuola pubblica non ha un'appartenenza politica. Incuranti del colore della nostra bandiera che non è rossa e non è nera, ma gialla. Una bandiera che rappresenta studenti, insegnanti e genitori, cittadini di diverse parti politiche, riuniti insieme con l'unica missione di salvare la scuola pubblica di "tutti". Non credo che tutti gli elettori di centro destra, una volta dequalificata la scuola pubblica si possano permettere di mandare i figli in istituti privati. Quindi la gente di buon senso riflette attentamente sulle conseguenze di questa manovra. E si informa. Altra cosa difficile da accettare per chi ha il monopolio dell'informazione, la ricerca di approfondimenti sull'argomento, oltrepassando la rapida notizia televisiva.

Con questo canale su YouTube la Ministra, e chi la manovra, cerca di penetrare appunto in "basso" nel luogo della protesta più viva, manipolando l'informazione (la moderazione ai commenti dimostra proprio questo) laddove non è possibile però passare inosservato: la rete.
Un "cavallo di Troia" tardivo e un po' scontato che dimostra l'assenza assoluta di pudore di una classe politica potenzialmente pericolosa.

Donatella
Viva la scuola

giovedì 4 dicembre 2008

Dovremmo essere grati alla Gelmini

Di Alberto Alberti

Dobbiamo essere grati alla Gelmini che, con i suoi tagli alla scuola pubblica, ha reso evidente “di che lacrime grondi e di che sangue” la finanziaria di Tremonti. Del resto, l’abbattimento di quello che la Moratti bollava come “il monopolio statale” è stato sempre il vero obiettivo del blocco sociale che ci governa. I colpi di machete con cui viene ridotto drasticamente l’orario e vengono tagliati 130 mila posti e quasi 8 miliardi di euro in tre anni, non sono misure accidentali e contingenti, dettate dalla necessità di far cassa o dalla tristezza dei tempi. Si tratta propriamente di interventi ben mirati, che fanno parte integrante di un disegno politico istituzionale complessivo, alla cui base c’è la condanna - “senza se e senza ma” - della scuola pubblica, in quanto fornitrice di uguali opportunità per tutti i cittadini.

[…] Sto dicendo cose note, che la protesta di studenti, insegnanti, genitori ha reso chiare a tutti. Invece non mi pare che si stia facendo sufficiente chiarezza sulla macchina mediatica che accompagna l’azione del governo con effetti che alla lunga possono essere più devastanti e profondi degli stessi “tagli” di Tremonti e Gelmini.
Perché non riguarda le singole misure adottate. Nel gran parlare di scuola, in TV o sui grandi organi di stampa, non sentirete mai un’analisi delle ragioni pedagogiche che consigliano il grembiule o il voto numerico.

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lunedì 1 dicembre 2008

E i "baroni" continueranno a fare i loro comodi

Il ridicolo progetto di riforma dell’università italiana presentato dal Ministro Gelmini alla fine produrrà il classico buco nell’acqua. La coalizione di estrema destra al potere ha volutamente evitato di perseguire in modo drastico e decisivo lo strapotere dei docenti “baroni”, anche perché molti di questi sono legati a doppio filo con la destra più reazionaria e retrograda.

Purtroppo le plateali proteste degli studenti neofascisti contro il potere dei “baroni” della sinistra avevano, di fatto, come scopo finale quello di occultare il peso del potere decisionale dei docenti ultra conservatori nelle università italiane.

In pratica, come negli altri settori della società civile, anche in abito accademico si assiste ad un continuo scontro tra docenti appartenenti a gruppi di potere contrapposti, i quali a loro volta si identificano con aree politiche ben determinate.

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Che tempo che (non) fa

La buriana

Un grande vento di tempesta si è abbattuto questa estate sulla nostra scuola. Una buriana che, in brevissimo tempo, per esattezza nove minuti e mezzo con il cronometro di Tremonti, ha spazzato via, o per lo meno si illude di farlo, decenni di lavoro, studi, ricerche, sperimentazioni che il mondo della scuola ha svolto, spesso con fatica, contraddizioni, disomogeneità territoriali, di ordine di scuola. La stessa nozione di “scuola italiana” solo approssimativamente rende conto di diversità spesso profonde tra una scuola e un’altra. Anche sub categorie territoriali come scuola del nord, del centro, del sud sono estremamente approssimative, così come lo sono quelle relative agli ordini di scuola come primaria, secondaria di 1° e 2°. Non parliamo poi delle statistiche che, da cosa seria quali sono, a condizione che vengano usate con discrezione scientifica, utilizzate al contrario come strumento di certezza assoluta, definitiva, inoppugnabile finiscono per ottundere, recintare, chiudere, giudicare dove, al contrario, dovrebbero invece dare avvio ed aprire alla conoscenza, spingendo verso il discernimento e la distinzione, anziché verso la facile, superficiale e rozza sintesi, finendo inesorabilmente con il rievocare la vecchia, e mai passata di moda, storiella del “pollo a testa” per gli Italiani.

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giovedì 27 novembre 2008

Suor Gelmini: il Vaticano ringrazia

a cura di Paolo De Gregorio

A dimostrazione scientifica della alleanza di ferro tra governo di destra e Chiesa Cattolica, l’unico settore della scuola non toccato dai tagli della Gelmini è quello degli insegnanti di religione, che sono venticinquemila e costano 800 milioni di Euro l’anno.
Questi insegnanti non sono quasi mai preti, la maggioranza sono donne e, udite udite, è la Curia che dà l’idoneità all’insegnamento, che può revocare con potere inquisitorio, se l’insegnante ha una condotta morale non idonea, tipo la convivenza fuori dal matrimonio.
Il Medio Evo che viviamo nel rapporto tra Stato e Chiesa pretenderebbe una risposta laica e di difesa dalle ingerenze religiose, che veda l’abolizione di ogni trattato con il Vaticano, il taglio di ogni finanziamento statale alle religioni, l’abolizione dei simboli religiosi da tribunali, scuole, ospedali, l’abolizione dell’ora di religione nell’istruzione, l’introduzione all’insegnamento a cura dei professori di lettere della storia delle religioni. Dalla storia delle religioni emergerebbe il loro fondamentale concorso alle guerre, al colonialismo, alla repressione di istinti a piaceri naturali, fino agli orrori della Inquisizione e della teorizzazione della tortura come mezzo per accertare la verità.
Il ruolo fondamentale del Vaticano in Italia, ruolo per cui è profumatamente ricompensato e che si integra nei poteri della classe dominante, è quello di avere un forte rapporto con i poveri, gli ignoranti delle classi subalterne, che vengono ammaestrati alla rassegnazione e alla speranza di una vita ultraterrena migliore, mentre in questa terra sono tenuti a lavorare, sopportare, e spinti a votare per i loro padroni, tanto il mondo sempre andato avanti così.
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mercoledì 26 novembre 2008

29 NOVEMBRE: di nuovo tutti in piazza


Uno dei più grandi economisti del Novecento, John Maynard Keynes, era solito ripetere: “ogni volta che risparmi 5 scellini togli ad un uomo un giorno di lavoro”. In fondo si tratta di una scelta, per quanto drastica: risparmiare o tagliare? E se si opta per i tagli, che cosa tagliare? Il governo Berlusconi pare avere le idee molto chiare a tale proposito: per risparmiare occorre tagliare le spese sociali, dalla sanità all'istruzione. Un'ottica liberistica, che ha già fatto i suoi danni e rischia di farne di più pesanti in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando. Ma sarebbe, tuttavia, pur sempre una scelta, se almeno fosse coerente. La realtà, invece, è che nel nostro paese esiste tutta una schiera di privilegiati molto potente, una vera e propria lobby, capace di bloccare ogni riforma del nostro sistema. Ci sono, per esempio, decine di migliaia di evasori fiscali che fanno mancare ogni anno nelle casse dello Stato trecento miliardi di euro, pari cioè alla somma delle ultime sei finanziarie! Uno scandalo, che tuttavia non pare preoccupare il governo, che considera una vera e propria emergenza le spese sociali, a partire dall'istruzione. Su questo settore il governo conta di risparmiare otto miliardi, una bella cifra per un settore che negli ultimi anni è stato fortemente penalizzato.

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lunedì 24 novembre 2008

È possibile agire e cambiare i progetti Gelmini. Il Sisa in piazza il 29 novembre e il 12 dicembre

In parlamento si sta aprendo il dibattito sui decreti attuativi della legge Gelmini.
Da un lato vi è chi ipotizza un maestro unico “a domanda” dei genitori, subito smentito - essendo noto il generale favore dei cittadini per il tempo pieno - da quei settori governativi che il maestro unico l’hanno inventato per ragioni di cassa. Ugualmente insanabile il problema sollevato dalle classi ghetto chiamate “ponte”, perché l’esame vincolante di lingua italiana imposto dalla Lega per il passaggio di classe è incostituzionale. Per non dire della “riorganizzazione” che chiude e accorpa scuole e le modalità relative al reclutamento che vogliono cacciare dalla scuola migliaia e migliaia di precari. Nei decreti attuativi rischia pure di nascondersi il gravissimo passaggio a 33/36 alunni per classe e la revisione delle scuole media e superiore con la soppressione, promessa dalla Gelmini, delle sperimentazioni di ogni tipo. Ancora aperta, per altro, la discussione sulla chiusura delle scuole dei piccoli centri, almeno per il momento bloccata dalla conferenza degli enti locali. Le leggi 133 e 137 devono infine essere recepite in forma definiva dalla legge finanziaria, che al di là dell’approvazione dei primi di agosto, deve essere votata nel suo quadro unitario entro fine dicembre. Tutto questo dimostra come il movimento dell’Onda abbia il diritto e il dovere di contestare e di agire in questi giorni per il blocco e il ritiro di un insieme vessatorio e sbagliato di proposte contro la scuola. Il tema degli alunni per classe si ricollega strettamente alla legge 626 sulla sicurezza nelle scuole. La tragica morte di un ragazzo a Rivoli deve obbligare il governo ad un piano straordinario di controllo e verifica delle strutture. Il sottosegretario Bertolaso ha dichiarato chiaramente che la metà delle scuole italiane è pericolosa e a rischio, se come crediamo, ha ragione e al massimo sbaglia per difetto, si deve provvedere concretamente e senza perdere tempo. Tutti questi motivi devono portare di nuovo docenti e cittadini democratici per le strade a manifestare, insieme agli studenti che ancora venerdì scorso hanno manifestato numerosi in molte città, senza che purtroppo l’informazione ne desse le giusta rilevanza. Le manifestazioni programmate per sabato 29 novembre e venerdì 12 dicembre, in questo caso con lo sciopero generale indetto dai sindacati di base e ci auguriamo confermato anche dalla Cgil, sono le occasioni perché il movimento faccia percepire alta, forte e chiara la propria voce. Noi del SISA ci saremo, in particolare a Roma e Milano, dentro i collettivi studenteschi e i comitati docenti – genitori nei quali siamo radicati il 29 novembre, con le nostre bandiere il 12 dicembre. Ragazzi e docenti sono anche nelle piazze d’Europa, di Parigi, Berlino, Lisbona, Barcellona, contro i tagli, anche loro, e per una scuola e una università capaci di futuro. Anche delle lotte continentali, purtroppo le notizie diffuse dai media sono scarse e imprecise. Per parte nostra faremo tutto il possibile perché il 12 dicembre diventi una giornata per la scuola e della scuola, dell’università e per l’università. Don Milani ha scritto: “non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste, ma quando vedranno che non sono giuste dovranno battersi perché siano cambiate.” Il movimento, l’impetuosità dell’Onda, lontana da ogni risacca, ha chiaro l’insegnamento milaniano: le leggi ingiuste si combattono sino alla loro radicale revisione o soppressione.

Per il coordinamento Davide Rossi
(da tecnica della scuola)

giovedì 20 novembre 2008

Qualche consiglio ai coordinamenti docenti-genitori

Università a parte, che fine ha fatto la protesta del mondo della scuola dell'obbligo dopo l'approvazione del decreto Gelmini e il ritorno al maestro unico alle elementari? E' ancora viva? Certo. Tanti coordinamenti genitori-insegnanti stanno lavorando per difendere dallo smantellamento la scuola pubblica. E questo nonostante i dirigenti scolastici, in queste settimane, abbiano convocato collegi docenti per comunicare più o meno apertamente agli insegnanti che il momento di ricreazione della protesta è finito, il decreto è legge e ora occorre rimboccarsi tutti le maniche e fare il proprio dovere seguendo rigorosamente le applicazioni del ministro senza mugugnare troppo per non ricorrere in sanzioni.

Che fare, dunque? Intanto vigilare. Rendere operativo il decreto-legge non è cosa semplice. Già con la riforma Moratti, per fare un esempio, Portfolio & ore opzionali si rivelarono un buco nell'acqua di cui, a distanza di pochi anni, nessuno si ricorda. Tante sono le applicazioni in sospeso. E poco il tempo per metterle a regime. Il prossimo mese caldo sarà gennaio. Il momento delle iscrizioni degli alunni al prossimo anno scolastico.

Vigilare, dicevamo. I modelli di iscrizione offriranno alle famiglie la possibilità di scegliere realmente, per i propri figli, i modelli di scuola desiderati? Il tempo pieno sarà veramente garantito o sarà trasformato in doposcuola? Insomma, quale sarà l'organizzazione oraria per gli alunni? E gli eventuali costi aggiuntivi per le famiglie? Nelle future prime elementari quale sarà l'effettiva offerta formativa? Come verrà articolato l'orario settimanale delle materie di studio? A quanto ammonterà il tempo-mensa e il tempo-interscuola nei tempi pieni? Con che personale sarà gestito? Ci saranno spese aggiuntive che cadranno sulle famiglie o sui comuni?

Leggi tutto l'articolo di Giuseppe Caliceti del Manifesto

domenica 16 novembre 2008

IO E LA SCUOLA

di sonohra (Medie Inferiori) scritto il 14 11 2008

Frequentare la scuola è un diritto, essa ci permette infatti di crescere a livello culturale e sociale. Agli studenti dovrebbe essere garantita un’ottima formazione per poter poi affrontare nel miglior dei modi il mondo del lavoro. Proprio in questi giorni ad alimentare le molteplici polemiche sono le nuove norme che l’attuale Ministro Gelmini vuole introdurre. Si ritorna ai voti numerici, a un giudizio in condotta introdotto come battaglia contro il bullismo (con un solo cinque si può ripetere l’anno), al maestro unico alle elementari: questo è uno dei punti più contestati della riforma, secondo il ministro è indispensabile per eliminare l’alto tasso di occupazione nella scuola; in questo momento mi chiedo: dove vanno tutti gli altri insegnanti a lavorare? Perché non risparmiano dallo stipendio dei politici, anziché da quello dei semplici lavoratori? Poi c'è la divisa; la divisa va bene se sei un poliziotto, carabinieri, medico ecc… perché ha comunque una funzione. Al liceo bisognerebbe che i ragazzi arrivassero educati alla non discriminazione e questo non attraverso una divisa con camicia rossa e pantaloni o gonna blu, come ha detto la Gelmini; è veramente terribile, non ha alcun senso, la cosa bella di noi giovani sono i colori! Se ci tolgono anche quelli… è giusto che ognuno si vesta come vuole, ma senza discriminare nessuno! Ci vuole solo educazione, non imposizioni assurde o odiose. Sono veramente disgustata e rimasta a bocca aperta quando ho sentito che probabilmente gli stranieri verranno messi in classi separate. Mi sono chiesta, perché? Non sono persone umane come noi? Purtroppo per alcune persone la risposta è no! Forse perché non sanno parlare la lingua italiana allora sono diversi. Vorrei poter chiedere alle persone che pensano che sia giusto mettere i ragazzi stranieri in classi separate: se loro si trovassero ad abitare in un paese straniero di cui non conoscono la lingua vorrei vedere se sarebbero così contenti di essere raggruppati in una classe “per stranieri” in disparte. Il problema è che si sta parlando ancora di ragazzetti, credo che per loro sarebbe traumatico venire segregati; si sentirebbero diversi e non riuscirebbero a socializzare con altri ragazzi. La scuola oltre a insegnare serve anche ad abituare i ragazzi a socializzare e a vivere in un gruppo. Questo sarà impossibile se la riforma verrà applicata. Secondo me è importante far imparare ai futuri scolari che esistono ragazzi che non sono italiani ed è per questo che il mondo è bello, perché è vario. Sarei molto più felice se l’attuale Ministro, Mariastella Gelmini, avesse continuato ad occuparsi dei parchi attorno a Brescia piuttosto che del futuro del nostro paese. Detto questo, che è sostanzialmente il contesto in cui si muove la riforma, come considerazione generale affermerei che i tagli previsti possono essere considerati giusti, tuttavia dovrebbero essere reinvestiti nel settore educativo, cosa che non è puntualizzata nel decreto! In questo momento in testa mi si pone la domanda: è una riforma dell’istruzione o delle finanze?

Preso da: Repubblica@scuola

Destra sinistra sessantotto fannulloni…qui si lavora, silenzio!

E poi questo continuo richiamo a destra, sinistra, sessantotto, che scocciatura!
Ma qui chi è che è fannullone?! Chi gira per l’Italia a sostenere corbellerie, o chi ogni giorno salta, balla, fa vocalizzi, tiene le mani dei bambini, di ogni bambino, chi ascolta il più piccolo respiro, chi risponde ai richiami costanti e urlanti di piccole persone, le quali chiamano a gran voce e sempre, e tutte insieme, “maestra, maestra, maestra, maestra…….”, chi fa da mediatore ai conflitti continui e naturali, chi con i polmoni di fuori conversa e fa conversare fino allo sfinimento, chi nei refettori vocianti e stipati insegna a tenere la forchetta e il coltello ripetendo per cinque anni come si collabora nello sparecchiare, come si rispettano i commensali, come si abbassa la voce, come non si toccano le scarpe mentre si pranza, che non ci si infila sotto il tavolo tra le gambe dei compagni…o qualcun altro è il fannullone di turno?
Chi è fannullone? Chi studia e legge di notte, ogni notte, di pedagogia, strategie, disagio e recupero, chi corregge montagne di elaborati subito, e poi il giorno dopo, per non lasciar por tempo in mezzo alla comprensione degli errori, e alla riflessione dei bambini, giunge a scuola con la sporta dei quaderni e il cuore grosso, perché teme di non aver dato abbastanza energia e competenza, o qualcun altro che guadagna fior di quattrini sparlando in modo scandalistico e semplificatorio senza neppure aver messo il naso dentro una scuola elementare reale e averne studiato la complessità della gestione e delle situazioni? Un po’ di rispetto, please!

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Sono almeno 10 anni ...

Sono almeno 10 anni che, cambiando il Governo, i Ministeri dell'Istruzione si arrabattano ad inventare modifiche "creative" alla scuola (soprattutto elementare) con l'intento di passare alla storia come grandi innovatori o salvatrici delle giovani generazioni.

A ogni minimo cambiamento, all'interno delle scuole, i dirigenti più zelanti riuniscono immediatamente i Collegi per apportare cambiamenti, istituiscono Dipartimenti per far ricadere nella quotidianità dell'operato delle scuole quello che altri partoriscono nel chiuso delle aule parlamentari.

Ed ecco che rivediamo i nostri curricoli, adattandoli alle Indicazioni Nazionali, poi l'anno dopo escono le UdA e allora tutte a programmare per unità di apprendimento, con uno spreco inverecondo di energie e tempi. Ci inventano poi il portfolio e facciamo a gara a chi lo inventa più adeguato alla realtà della propria scuola. Poi le Indicazioni non vanno più bene e introducono le Indicazioni per i curricoli e i Piani si studio e allora, da capo tutto, quello che abbiamo fatto non va più bene, si ricomincia.
Tagliano il tempo scuola? Mettono le ore opzionali? E noi subito pronte a trovare strategie più o meno efficaci per tamponare il tamponabile.
Modificano geneticamente la nostra pratica valutativa (gli Ogm non sono niente in confronto!) da un giorno all'altro? Ecco che subito i collegi sono chiamati a prendere decisioni su come organizzare questo cambiamento adattandolo ai nostri alunni e alunne ignari di tutto.

Basta!Davvero. Non possiamo andare avanti così.
Prendiamoci il tempo per capire cosa ci sta succedendo, per discutere i cambiamenti e soprattutto non prendiamo decisioni didattiche-organizzative di nessun tipo all'interno dei Collegi Docenti /Consigli di Istituto.
Perché? Io penso che i motivi siano due.
Primo: siamo maestre, siamo professioniste della didattica. Non possiamo accettare che 4 righe di un decreto siano sufficienti per motivarci pedagogicamente a un cambiamento così strutturale della nostra pratica educativo-didattica.
Secondo: la legge 133, ex decreto Brunetta, all'art.64, comma 4, recita: Per l'attuazione del piano di cui al comma 3, con uno o più regolamenti da adottare entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto (…) si provvede ad una revisione dell'attuale assetto ordinamentale organizzativo e didattico del sistema scolastico (…).

E allora, aspettiamoli questi regolamenti.
Poi decideremo cosa fare.
Che almeno siano costretti a sforzarsi di dare una parvenza pedagogica alla loro riforma che di pedagogica niente ha.

Marta Gatti

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venerdì 14 novembre 2008

Se le piccole Obama vanno alla scuola pubblica ...

Cosa vuol dire? Vuol dire che nella strategia di Obama ci sono una serie di segnali che vengono dati attraverso comportamenti molto semplici, e molto efficaci. Non si tratta di demagogia, per quanto nessun uomo politico sia immune da meccanismi demagogici. Si tratta di punti fermi, dell’idea che le regole valgono per tutti, del fatto che non puoi fare l’elogio della scuola pubblica e poi mandare i tuoi figli in una scuola privata. Si tratta di capire che nel momento in cui sei al potere la tua casa ha muri di vetro, e tutto è visibile. Lo sappiamo, fa parte di un modo di pensare, e un modo di esistere americano. E siamo ancora convinti che da noi in Europa, ma soprattutto in Italia, tutto questo non conti. Ma non è vero. Molte cose sono cambiate. Il rapporto con il potere, in Italia, non ha più, per fortuna, quel compiacimento, per cui i potenti possono tutto: perché se un giorno diventerò potente avrò anche io certi privilegi.
Ormai i cittadini e gli elettori giudicano e vogliono sapere. E mentre il nostro paese cambia, il potere non cambia affatto.

Leggi tutto l'articolo di Roberto Controneo sul sito Unità.it